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    Il facsimile del manoscritto Holkham misc. 48
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    Il facsimile del manoscritto Holkham misc. 48

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    Nel 2021, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Treccani ha riprodotto in facsimile il prezioso manoscritto Holkham misc. 48 (già Holkham Hall, ms. 514), conservato presso la Bodleian Library di Oxford e databile alla metà/terzo quarto del XIV secolo circa, contenente la Commedia. La riproduzione facsimilare è accompagnata da un volume di saggi e commenti contenente un’introduzione di Matthew Holford, un saggio di Lucia Battaglia Ricci su Dante e i manoscritti trecenteschi della Commedia, uno scritto di Laura Pasquini sulle miniature del manoscritto e un contributo e una scheda codicologica di Sandro Bertelli.


    Il facsimile riproduce il codice membranaceo, di formato 35,5 × 23,5 cm, composto da ff. III, 74, III’ (I-III e I’-III’ cart. mod. bianche le pp. 55-56), con numerazione recente a matita per pagine nell’angolo esterno delle carte da pag. 1 a pag. 148 (numerate per pagine anche le carte di guardia anteriori, da «i» a «vi», e posteriori da 149 a 154). Il facsimile è stampato con retino stocastico a cinque colori più oro e argento su carta pergamenata Stucco delle Cartiere Fedrigoni. I risguardi sono stampati a quattro colori su carta Ingres delle Cartiere Fabriano. La legatura è in pelle primo fiore di colore verde con nervi e impressioni a caldo e bassorilievo sul piatto e sul dorso. La tiratura è di 399 esemplari numerati a mano da 1 a 399 più 10 esemplari fuori numerazione. Il commentario si compone di oltre 190 pagine con 33 tavole a colori. Il facsimile e il commentario sono custoditi in un cofanetto in legno laccato lucido di colore verde con grafica in oro che riproduce lo struzzo presente nello stemma impresso sulla copertina del manoscritto e i motivi dei cieli delle miniature del Paradiso. Il cofanetto è rivestito all’interno in Alcantara con sistema a leggio integrato e vano inferiore per il commentario.


      Il manoscritto, per alcuni versi unico fra i codici della Commedia illustrati nel XIV secolo, è corredato da 147 disegni acquerellati, talvolta arricchiti con oro, che scorrono al fondo delle pagine descrivendo il racconto del viaggio dantesco nell’oltremondo. Si nota, infatti, sfogliando la riproduzione del manoscritto, l’interessante utilizzo del colore nelle miniature che, come scrive la professoressa Pasquini, delinea «un percorso prima di tutto cromatico [...] che distingue nettamente le tre cantiche, lasciando prevalere colori scuri, tetri, il nero principalmente, nell’Inferno, i toni del marrone, i colori della terra e della concretezza, accostati in alcuni casi a colori pastello, lilla e violetti, nel Purgatorio, e inondando di blu intenso, d’oro e colori brillanti le pagine miniate dell’ultima cantica». L’importanza di questo manoscritto è sottolineata pure da Sandro Bertelli, il quale ha analizzato il manoscritto Holkham misc. 48 anche alla luce della grande diffusione di codici della Commedia che circolarono a partire dalla seconda metà degli anni Venti del XIV secolo non solo in Toscana, ma in tutta la penisola italiana e all’estero. Come sottolinea il professor Bertelli, all’interno della famiglia di codici alla quale è riconducibile, «non vi è alcun dubbio che la veste codicologica del manoscritto di Oxford rappresenti il grado formalmente più elevato di tutto il raggruppamento, assieme [...] a quella del cosiddetto Codex Altonensis». Anche Lucia Battaglia Ricci, del resto, nel suo saggio sui manoscritti trecenteschi della Commedia ci ricorda, citando Gianfranco Contini, come quest’opera sia «un libro illustrabile, cioè autorizzato dall’autore all’illustrazione». È proprio quest’ultima, infatti, che nel manoscritto di Oxford ci permette di seguire, come afferma sempre la professoressa Battaglia Ricci, «il viaggio di Dante attraverso la casa dell’eternità: i vari paesaggi attraversati, la folla di guardiani infernali e purgatoriali che hanno aiutato o ostacolato il viaggio, ma soprattutto le anime con cui egli si è misurato, ognuna delle quali si è offerta allo sguardo del pellegrino, e ora si offre al lettore, nella felice o tragica realtà della sua condizione ultraterrena». Sul piatto anteriore è presente, al centro, lo stemma dorato di Thomas Coke, conte di Leicester, che acquistò il codice probabilmente durante un viaggio in Italia. Thomas William Coke, pronipote del primo conte, fece infatti rilegare a Liverpool i manoscritti in suo possesso, facendo imprimere in oro lo stemma di famiglia: uno struzzo con un ferro di cavallo nel becco. Questo emblema singolare era stato scelto da Sir Edward Coke, iniziatore delle fortune di famiglia, con il motto «Prudens qui patiens etenim durissima coquit» («È prudente colui che è paziente, infatti digerisce le cose più dure»). Secondo la tradizione antica e i bestiari del Medioevo lo struzzo era in grado di digerire perfino il ferro, e il vocabolo latino per «digerire», coquere, era certamente un gioco di parole sul nome di famiglia.


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