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    Le regole della cavalleria. Statuti dell’Ordine del Santo Spirito dal Giusto Desiderio.

    Treccani presenta la riproduzione in facsimile del manoscritto Fr. 4274, custodito presso la Bibliothèque nationale de France di Parigi, contenente gli Statuti dell’Ordre du Saint-Esprit au Droit Désir: un codice pergamenaceo, composto da tre guardie membranacee e un unico quinione, prodotto a Napoli e databile al sesto decennio del XIV secolo. L’opera, di grande valore artistico e storico, testimonia la profonda impronta giottesca, in particolare delle sontuose miniature di Cristoforo Orimina – uno dei maggiori miniatori napoletani e fra i principali del Trecento italiano –, il quale trasmette, attraverso la sua ars illuminandi, a chiunque sfogli il manoscritto e, dunque, il facsimile il fascino del mondo cavalleresco. L’Ordre du Saint-Esprit au Droit Désir, noto anche come Ordine del Nodo («perché un nodo fu l’emblema scelto per i membri, a simboleggiare la solidarietà dei compaignons fra loro e soprattutto verso il re», scrive Alessandro Barbero nel commentario che accompagna il facsimile), fu fondato nel 1352 da Luigi di Taranto, re di Gerusalemme e di Sicilia, allo scopo di subordinare al monarca i cavalieri del regno. La stesura di una raccolta di Statuti in lingua francese, a riprova dello stretto legame tra l’Ordine del Nodo e la compagnia fondata nel 1350 da Giovanni II di Francia, rispondeva esattamente a questa peculiare esigenza: delineare la struttura gerarchica all’interno dell’Ordine, i precetti da rispettare e le gratifiche concesse dal sovrano ai cavalieri per servizi resi e atti di devozione.
    Sebbene sia possibile ipotizzare che tutti gli statuti degli ordini cavallereschi fondati in quell’epoca fossero trascritti in lussuosi codici miniati, questo è l’unico giunto a noi intatto, con le splendide miniature di Cristoforo Orimina. Nella pittura ornamentale di questo artista, che ebbe un ruolo di primo piano nella celebrazione della casata angioina, è possibile scorgere ricordi degli affreschi dipinti da Giotto nella trecentesca Cappella Palatina del Maschio Angioino di Napoli; Orimina reinterpreta Giotto secondo gli stilemi di Pietro Cavallini, dando forma a un linguaggio fastoso ed elegante. I cavalieri, le dame, i musici e i tanti animali che trovano spazio nell’opera testimoniano la grande attenzione riconosciuta dall’artista alla pittura monumentale e alla plasticità delle figure in tutte le sue carte miniate. Un contributo di assoluto rilievo, dunque, per un’opera che, oltre a restituire tutto il fascino di un periodo fondamentale per la tradizione culturale europea e mediterranea, costituisce un esempio unico, e intatto, dell’arte della miniatura medievale.
    Le affascinanti suggestioni cavalleresche del testo ci portano direttamente nelle meraviglie architettoniche della Napoli angioina; la sede dell’Ordine era infatti Castel dell’Ovo, il suo più antico e più imponente castello, che negli statuti è chiamato chastel de l’Euf enchanté du merveilleux peril («castello dell’Uovo incantato del meraviglioso periglio»), in riferimento alla nota leggenda secondo cui nelle segrete del castello giacerebbe un magico uovo, nascosto dal poeta Virgilio, la cui rottura significherebbe la distruzione della città partenopea. Per cogliere pienamente il significato e la bellezza di questo manoscritto, il lettore è accompagnato da un commentario, di oltre 150 pagine, con saggi di Alessandro Barbero, Marco Cursi, Giovanni Palumbo, Alessandra Perriccioli Saggese e 24 tavole a colori fuori testo.

    Il facsimile è stampato a quattro colori più oro flessografico, oro in pasta, oro in lamina e argento su carta pergamenata Luxor delle Cartiere Fedrigoni. La legatura è in stile secentesco, con dorso a cinque nervature e cucitura a mano. La copertina è in marocchino (pelle di vitello) rosso, per i piatti; i contropiatti, il recto della guardia iniziale e il verso di quella finale sono ricoperti di carta marmorizzata in azzurro, rosso, verde e arancio. I piatti della copertina sono decorati con una cornice a doppio filetto dorato sormontato da palmette, un fregio impresso in oro, costituito da motivi fitomorfi, zoomorfi e floreali; il dorso a sei nervature presenta decorazioni dorate fitomorfe. L’opera è contenuta in un cofanetto in legno, rivestito in setalux all’esterno e velluto all’interno, con incisioni sul piatto e sul dorso. La tiratura è di 299 copie numerate a mano più 13 esemplari fuori numerazione.